L’obbligo della massima sicurezza tecnologicamente fattibile

L’art. 2087 del codice civile prevede un obbligo generale prevenzionistico di particolare pregnanza a carico del datore di lavoro: «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro».
La violazione di quest’obbligo costituisce a carico del datore di lavoro una precisa responsabilità contrattuale, ovvero un inadempimento del contratto di lavoro, e come tale risarcibile; inoltre consente al lavoratore di rifiutare la prestazione: il difetto di conoscenze sicure ed attendibili sui rischi cui sono esposti i lavoratori rende incensurabile il rifiuto della prestazione da parte dei lavoratori, la cui posizione debitoria è tutelabile con l’eccezione di inadempimento, ossia rifiutando la prestazione senza perdere il diritto al corrispettivo (art 44, D. Lgs. n. 81/2008).
Questo principio della massima sicurezza tecnologicamente fattibile ex art. 2087 del codice civile è espressamente ribadito con particolare efficacia e pertinenza nella nuova definizione di “prevenzione” di cui all’art. 2, c. 1, lett. n), D. Lgs. n. 81/2008, la quale rappresenta “il complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno”.
Si noti come tale obbligo di sicurezza non riguarda solo la tutela dell’integrità dei dipendenti, dovendosi estendere, invero, anche ai terzi estranei (ex multis, Cass. 1/7/93, n. 6686).
L’estensione ai terzi di tale tutela si concretizza in un fondamentale principio di “protezione oggettiva”, ovvero di garantire la sicurezza in sé del luogo di lavoro, che, quando rispondente ai requisiti di cui all’art. 2087 c.c., sarà sicuro non solo per i lavoratori che ivi svolgono le proprie mansioni, ma anche per chiunque e a qualunque titolo frequenterà il luogo di lavoro medesimo.

L’obbligo di sicurezza e la fattibilità economica

La direttiva quadro del Consiglio delle Comunità Europee (89/391/CEE) del 12/6/89 recante “Attuazione di misure volte a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro” considera “che il miglioramento della sicurezza, dell’igiene e della salute dei lavoratori durante il lavoro rappresenta un obiettivo che non può dipendere da considerazioni di carattere puramente economico”.
D’altro canto, la stessa giurisprudenza della Corte di Cassazione è sempre stata costantemente orientata nel ritenere che la sicurezza non può essere subordinata a criteri di fattibilità economica o produttiva: “coerentemente, in adempimento del principio della massima sicurezza “tecnologicamente possibile” vigente nel nostro ordinamento ai sensi del più volte citato art. 2087 c.c. […], secondo cui la sicurezza non può essere subordinata a criteri di fattibilità economica o produttiva (Cass. sez. pen. 9 gennaio 1984, in causa Gorla), lo stesso datore di lavoro è tenuto a trovare le misure sufficienti a conseguire il fine della protezione della salute e dell’integrità fisica dei propri dipendenti in modo conforme al principio direttivo costituzionale dell’art. 32” (Cass. 20/4/98, n. 4012).

L’art. 2087 c.c.: norma aperta

Quanto alla natura giuridica di norma aperta dell’art. 2087 c.c., la Cassazione afferma: “in questi termini, va quindi condiviso il canone interpretativo suggerito dalla sentenza n. 5048/1988, laddove si è affermato che “l’art. 2087, per le sue caratteristiche di norma aperta, vale a supplire alle lacune di una normativa che non può prevedere ogni fattore di rischio, ed ha una funzione, sussidiaria rispetto a quest’ultima, di adeguamento di essa al caso concreto”, senza che ciò costituisca “strappi ai principi”, poiché il dovere di protezione (dei lavoratori) che grava sull’imprenditore – collegato, del resto, al rischio d’impresa – comporta che debba essere lo stesso imprenditore a valutare se l’attività della sua azienda presenti rischi extra-lavorativi di fronte al cui prevedibile verificarsi insorga il suo obbligo di prevenzione”, giusto il principio per cui ciascun datore, in riferimento alla particolarità del lavoro, da una parte, ed all’esperienza e alla tecnica, dall’altra, deve nella rappresentazione dell’evento (prevedibilità) prospettare a se stesso l’adozione delle misure (e, dunque, di tutte le misure) più consone e più aggiornate, al fine di scongiurare la sua realizzazione (prevedibilità)” (Cass. 20/4/98, n. 4012).
Si noti come l’art. 2087 del codice civile, nell’individuare l’obbligo della massima sicurezza tecnologicamente fattibile, non attribuisce ad alcuna fonte l’esclusività: ben può una circolare, avente contenuto tecnico, individuare la frontiera più avanzata ai fini della sicurezza del lavoro.
Nel caso in cui particolari cautele antinfortunistiche siano prescritte da una circolare ministeriale, l’omessa attuazione di tali misure “integra gli estremi dell’imprudenza per la inosservanza di indicazioni legittimamente suggerite, riferite a norme di esperienza e di conoscenza tecnica, che assume rilevanza di colpa penale” (Cass. Sez. IV Pen, 24 gennaio 1990, n. 906, Libero, in motivazione).
E’ infatti sì vero che la circolare ministeriale, qualora consista esclusivamente di interpretazioni giuridiche, vincola solo coloro che appartengono all’amministrazione che l’ha emanata, e in caso di contrasto con la norma di legge verrà disapplicata dall’organo giudicante, ma è anche vero che, qualora non sia in contrasto con la legge, ma anzi di questa ne rappresenti la necessaria specificazione applicativa, per di più da un punto di vista tecnico, della tecnica più avanzata, risulterà evidente l’obbligo conseguente di adozione a carico del datore di lavoro e della sua organizzazione aziendale per quanto di competenza.

L’art. 2087: norma di chiusura

L’articolo 2087 del codice civile viene definito “norma di chiusura” dell’intero sistema legislativo prevenzionistico, perché considera obbligatorie e dovute tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica del lavoratore, indipendentemente dalla circostanza che siano esplicitamente indicate da una norma di legge vigente.
Infatti, “le norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie sul lavoro costituiscono un’applicazione specifica del più ampio principio contenuto nell’art. 2087 cod. civ., rispetto al quale la mancata violazione di quelle norme non è di per sé sufficiente ad escludere la responsabilità dell’imprenditore. L’art. 2087 cod. civ., si atteggia anche come norma di chiusura del sistema antinfortunistico, nel senso che, anche dove faccia difetto una specifica misura preventiva, la disposizione suddetta impone al datore di lavoro di adottare comunque le misure generiche di prudenza, diligenza e la osservanza delle norme tecniche e di esperienza” (Cass. 9/5/98, n. 4721).
Inoltre, “l’art. 2087 cod. civ., pur non contenendo prescrizioni di dettaglio come quelle rinvenibili nelle leggi organiche per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, non si risolve in una mera norma di principio, ma deve considerarsi inserito a pieno titolo nella legislazione antinfortunistica, di cui costituisce norma di chiusura. Detta norma, per il richiamo alla tutela dell’integrità fisica del lavoratore ed alla particolarità del lavoro, rende specifico l’illecito consumato in sua violazione, sia rispetto alla colpa generica richiamata nell’art. 2043 cod. civ. che rispetto a quella di rilievo penalistico ed in tal caso aggrava il reato, rendendolo perseguibile d’ufficio” (Cass. 22/7/99, n. 9328).
Ma ancora: “è proprio alla stregua dei parametri indicati da questa norma (particolarità del lavoro, esperienze pregresse, risultati del progresso tecnico) che deve valutarsi l’adempimento, da parte del soggetto obbligato, di tutti quegli obblighi di sicurezza delineati dalle norme in modo generale ed astratto, senza l’indicazione specifica delle condotte da attuare” (Sentenza n. 9328 cit.).

La sicurezza ed il progresso tecnologico

L’obbligo della massima sicurezza tecnologicamente fattibile è tale per cui il lavoratore deve essere posto in condizioni operative di assoluta sicurezza: “il datore di lavoro deve ispirare la sua condotta alle acquisizioni della migliore scienza ed esperienza per fare in modo che il lavoratore sia posto nelle condizioni di operare con assoluta sicurezza. Pertanto non è sufficiente che una macchina sia munita degli accorgimenti previsti dalla legge in un certo momento storico se il processo tecnologico cresce in modo tale da suggerire ulteriori e più sofisticati presidi per rendere la stessa sempre più sicura. L’art. 2087 c.c., infatti, nell’affermare che l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa misure che, secondo le particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, stimola obbligatoriamente il datore di lavoro ad aprirsi alle nuove acquisizioni tecnologiche” (Cass. 27/9/94, n. 10164).
Il principio chiave della massima sicurezza fattibile discende, in modo gerarchico, passando dalle norme di grado superiore a quelle di grado inferiore, e dalle norme che stabiliscono principi generali a quelle che regolano aspetti particolari, innanzitutto dalla Costituzione, che agli artt. 32, c. 1, 35, 41 c. 1-2 e 38 è chiarissima nello stabilire l’intangibilità, l’indisponibilità e la priorità assolute dei diritti alla sicurezza e alla salute di chi lavora, e, come si è detto, l’articolo 2087 del codice civile ne è una più analitica espressione.
Questo articolo 2087 c.c., ha osservato un interprete particolarmente attento, è “cristallino e reciso nell’intimare all’imprenditore un impegno spinto fino agli ultimi confini tracciati da particolarità del lavoro, esperienza e tecnica: con il risultato che, a segnare lo spartiacque tra “possibile” e “impossibile”, interviene lo stato di avanzamento della tecnologia prevenzionale (riferita, naturalmente, alla particolare lavorazione e filtrata dalle esperienze condotte in passato)” (Raffaele Guariniello).

di Rolando Dubini, Avvocato del Foro di Milano